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Il Corridoio vasariano parte 2: le opere.

Il Corridoio vasariano parte 2: le opere.

Cosa è oggi il corridoio vasariano? Oggi il corridoio, più volte restaurato e riallestito, rappresenta una propaggine della galleria e una sua integrazione.

Nel primo tratto, costituito dalla rampa di scale e dalle prime due sale, si trova una raccolta che, idealmente, dovrebbe continuare il discorso avviato nelle ultime sale degli Uffizi, quelle dedicate a Caravaggio e ai caravaggeschi. Infatti si inizia a scendere lo scalone e alle pareti troviamo, tra copie secentesche di opere di Bartolomeo Manfredi, dipinti che, al di là del loro valore estetico, hanno principalmente il compito di ricordare i fatti tragici della notte tra il 26 e il 27 maggio 1993, quando un’autobomba parcheggiata in via de’ Georgofili colpì la città e lo Stato nel suo cuore, uccidendo una famiglia, un giovane studente e danneggiando la galleria degli Uffizi. Nel crollo della galleria rimasero coinvolte opere di Bartolomeo Manfredi, di cui si conservano copie secentesche, e di Gherardo delle Notti di cui si mostra la rovinatissima Adorazione dei Pastori.

Alla fine della scalinata troviamo un ritratto di Anna Maria Luisa de’ Medici, ultima discendente del casato morta a Firenze nel 1743, con il marito l’Elettore Palatino Federico Gugliemo, raffigurati dal loro ritrattista ufficiale, il Van Douven. L’elettrice palatina, un ritratto della quale sovrasta anche la porta d’ingresso del corridoio, è giustamente famosa e celebrata per il Patto di Famiglia, un documento scritto nel 1737, quando il Granducato di Toscana, alla morte di Gian Gastone suo fratello, passava nelle mani di Francesco Stefano di Lorena: con questo accordo Anna Maria Luisa lascia tutte le proprietà della famiglia alla città di Firenze, precludendo così ai nuovi regnanti la possibilità di appropriarsi di capolavori che rendono la nostra città unica al mondo.

Successivamente, scendendo un breve scalinata tra due dipinti di guerra che il pittore francese Borgognone realizzò per Mattias de’ Medici come testimonianza della sua partecipazione alla guerra di Castro al fianco del cognato Farnese contro il papa, si raggiunge il tratto del lungarno Archibusieri. Qui è esposta una bella selezione di dipinti sei e settecenteschi di varie scuole: si trovano i bolognesi Albani, Domenichino , Guercino e Reni, il francese Claude Lorraine, i fiorentini Carlo Dolci, Lorenzo Lippi, Cesare e Vincenzo Dandini, Giovanni Bilivert e l’Empoli, i genovesi Valerio Castello e il Grechetto, i napoletani  Bernardo Cavallino, Luca Giordano e i naturamortisti Ruoppolo e Recco, i veneziani Rosalba Carriera, Niccolò Cassana e Sebastiano Ricci per terminare con i due pendant dedicati alle storie di Achille del lucchese Pompeo Batoni.

Ci si immette poi nel tratto del Ponte vecchio, introdotti dal Miracolo di Sant’Eligio, opera del 1621 dell’Empoli. È da qui che inizia la collezione degli autoritratti che terminerà solo giungendo al giardino di Boboli.

La collezione degli autoritratti del corridoio vasariano è la più nota e prestigiosa al mondo. Essa vanta un’origine di tutto rispetto, legata al nome di un membro della famiglia Medici, il cardinale Leopoldo, del quale si hanno nel corridoio ben tre ritratti: il primo in età infantile del Suttermans; un secondo pittorico realizzato dal Baciccio dopo il 1667 quando il cardinale si era recato a Roma per partecipare al conclave;  e l’ultimo scultoreo postumo scolpito da Giovan Battista Foggini su commissione di Cosimo III. Il granduca Cosimo III aveva, infatti, voluto questo ritratto a figura intera per la sala dei pittori che allestì in un primo momento a palazzo Pitti per riunirvi la collezione degli autoritratti.

Prima che, nel 1664, il cardinal Leopoldo decidesse di arricchirla con nuove acquisizioni, la collezione degli autoritratti contava solo una quindicina di opere. Il cardinale si mise alla ricerca, tramite i suoi agenti e i suoi conoscenti, di nuove opere, iniziando con gli autoritratti di Pietro da Cortona, che pochi anni prima aveva decorato su commissione del fratello Ferdinando II le sale della Stufa e dei Pianeti in Palazzo Pitti, e del Guercino.

Oggi la collezione conta oltre settecento esemplari e la riserva ne conserva altri e altri ancora verranno acquisiti dalla direzione del museo.

La scelta di introdurre la serie degli autoritratti con la tela dell’Empoli è dovuta al fatto che il pittore vi narra la storia di Sant’Eligio, patrono dei maniscalchi e degli orafi, il quale, accusato di aver derubato il re merovingio Clodoveo di una quantità di oro, dimostra la sua innocenza realizzando con l’oro che gli era stato dato non uno ma due troni, diversamente da quanto gli era stato chiesto. Si narra che il volto di Sant’Eligio sia il ritratto di un artista, amico del pittore, anche lui ingiustamente accusato di essersi appropriato di materiale prezioso.

I ritratti seguono un ordine blandamente cronologico e stilistico: pochi gli esemplari del Cinquecento (Andrea del Sarto, Giorgio Vasari, Baccio Bandinelli, la Tintoretta), vastissima invece la collezione secentesca (Ludovico Cigoli, i due Annibale Carracci, i senesi Francesco Vanni e Ventura Salimbeni, Guido Reni, Rubens, il Domenichino, Pietro da Cortona, il Suttermans, Bernini, la copia di Van Dyck, Velasquez, Rembrandt, Carlo Dolci, Chaivistelli, Gumpp, Luca Giordano, Baciccio, Andrea Pozzo) per poi continuare con il Settecento e il primo Ottocento(Niccolò Cassana, Giuseppe Maria Crespi, Rosalba Carriera, Giovanni Domenico Ferretti, Liotard, Pompeo Batoni, joshua Reynolds, lo Zoffany, Angelica Kauffmann, David, la Vigée- Lebrun, Canova, Ingres , Corot e Delacroix). Gli italiani Hayez, Fattori e Lega, Pellizza da Volpedo, Corcos; gli inglesi Hunt, Leighton, l’olandese Alma Tadema, gli impressionisti americani Chase e Sargent, lo svizzero Giron.

Inizia, poi, introdotto dal Pomeriggio a Fiesole del fiorentino Baccio Maria Bacci la parte novecentesca.

Sulla parete destra si sono esposti gli italiani, mentre a sinistra gli stranieri. Spiccano gli autoritratti di Mario Tozzi e Achille Funi, di Galileo Chini e degli appartenenti al gruppo dei 6 di Torino tra cui Carlo Levi, quello di Giorgio Morandi e i due di Giacomo Balla, quello di Gino Severini, di Giorgio De Chirico, di Renato Guttuso, di Carlo Carrà, di Ottone Rosai, di Emilio Vedova, di Antonio Ligabue, di Ennio Morlotti. Tra gli stranieri varrà la pena citare gli autoritratti di Arnold Bocklin, di Maurice Denis, di Max Ensor, di Marc Chagall (consegnato dallo stesso artista nel 1976), del messicano Siqueiros, di Vasarely, di Beuys e quello di Rauschenberg.

Chiude la collezione l’Autoritratto con collezionista di Michelangelo Pistoletto: una lastra di acciaio lucidato con la serigrafia di Pistoletto affiancato dal collezionista toscano Giuliano Gori.

Un’ulteriore appendice è rappresentata da una saletta nella quale sono esposti autoritratti scultorei, tra i quali quello di Mario Ceroli, di Venturino Venturi, di Igor Mitoraj, di Marino Marini e Jan Fabre, e quelli del XXI secolo, tra i quali ricordo le opere di Carla Accardi, Mimmo Paladino e Giulio Paolini. Inoltre sono state esposti anche autoritratti fotografici, come quelli di Vanessa Beecroft, di Robert Mappletorp e  Patti Smith.

Il corridoio conserva tutto il fascino di una collezione nata dal gusto raffinato e aggiornato dei Medici, con l’aggiunta di una nuova prospettiva data dalla presenza di artisti contemporanei. Inoltre vale la pena visitarlo per cogliere l’opportunità unica di vedere Firenze da un punto di vista originale.

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